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lunedì 13 luglio 2009

Folgorazione

Oggi compio 30 anni.
Ieri, mentre ne avevo ancora 29, ho avuto una folgorazione. Mi è balenata l'idea di essere figlia di una relazione extraconiugale di mio padre.
La folgorazione ha iniziato a prendere vita ieri, durante un bel pranzo familiare tra me, mamma, papà e fratello. Con me c'era anche Tina e non è un particolare da poco.
Stavo mangiando una polpettina col sugo, ho tolto un pezzetto per darlo a Tina. Il gesto ha scatenato una reazione esagerata di mia madre che, agitando la forchetta, mi ha detto, in ordine crescente:
A) "Povero cane, nelle tue mani..."
B) "Ma non vorrai farmi credere che hai preso il cane per un gesto d'amore, vero?"
C) "Ammetti che lo hai preso per egoismo!"
D) " Non te ne è mai fregato niente di nessuno, vuoi che te ne freghi di un cane?"
Non ho reagito, pur sentendo borbottare il pentolone della rabbia.
Me ne sono stata zitta, arrivando addirittura ad annuire, perché mia madre ha ancora qualche problema di aritmia.
Ho preso la mazzata tra i denti, ho visto il sorriso dolce e protettivo di mio fratello e ho continuato la domenica così.
Così.
Come una bestia presa a cinghiate.
E mentre sentivo, dentro il cuore, il bruciore dei segni della cinghia, la folgorazione è scattata in avanti, con un balzo pazzesco, come un saltatore di ostacoli e, nel giro di una decina di secondi, mentre spremevo il limone nell'acqua, ha preso una forma perfetta che s'è fatta pensiero.
Il pensiero: io non sono figlia di mia madre, però ho dei tratti di mio padre, quindi sono il frutto di una relazione extraconiugale di mio padre.
Tu penserai: "Questa è scema!" oppure "Questa è paranoica!".
Ok, ci sto, però fammi fare una serie di ragionamenti.
La fisicità: io sono bassina. I miei genitori sono alti, mio fratello è alto. Ho nonni alti. Io ho i capelli castano scuro, i miei sono castano chiaro o giù di lì. Di mia madre non ho preso niente, proprio niente.
L'affettività: mia madre è sempre stata astiosa nei miei confronti. Non la ricordo mai materna con me. Con mio fratello, invece, è sempre stata di una dolcezza disarmante. Non mi ha mai fatto mancare niente -sia chiaro!- , però quello sguardo pieno di amore, quel tocco di mano sul viso di mio fratello, su di me io non lo ricordo mai. Potrei scriverne di cose, di momenti, di situazioni anaffettive ai limiti, ma non mi va. Non ho voglia di sentire il verme del rancore smerdarmi lo stomaco.

Tutto qui.
Oggi ho trent'anni e mi sento un po' senza famiglia, in mezzo a un campo di grano in pieno temporale. Non ho paura, sai? Mi girano solo un po' le balle che, però, dovrebbero rallentare l'effetto centrifuga entro breve. Amici a cena per festeggiare. Chiederò ad Alessio di farmi un po' da mamma, stasera.

mercoledì 1 luglio 2009

In groppa al bisonte ho raccolto i miei quattro stracci

Quando vai a riprenderti le cose dopo tanto tempo, è come se andassi a prenderti le cose di un altro. Praticamente vai ad acchiapparti i ricordi di un passato che è a distanza illimitata dal presente.

Il presente, sia chiaro, per me è una fottuta e inutile cosa, una specie di bisonte che se la dorme beato e con la pancia piena, in attesa che futuro e passato se la spassino tra di loro.

Ecco, entrando in quella casa, ho avuto la percezione incessante e ingorda, d’essere in groppa al bisonte a combattere due venti feroci: passato e futuro.

Sentivo l’ugola gonfiarsi, diventare una palla da tennis. Hai mai avuto la sensazione di avere una palla da tennis in gola, incastrata? Così bene incastrata da diventare un puzzle perfetto, ma soffocante, insieme alle tue tonsille?

Il respiro è sempre un optional, in quei momenti. Hai voglia di inspirare ed espirare, hai voglia di deglutire, tentare uno sputo irrazionale dentro un fazzolettino di carta. Hai voglia. Le narici si gonfiano, la bocca si apre, il torace si espande, lo stomaco si chiude e non so per quale motivo ti si bagnano le mutandine. Di piscio? No, di voglia. E’ un balzo di vita, è l’àncora di salvezza mentre pensi di perdere i sensi e il senno da un momento all’altro.

Mi sono ripresa, non avevo scelta: queste cose vanno fatte velocemente, per non pensare, per dare poca capacità recettiva alla mente. Ho raccolto le poche cose che mi ha lasciato: i libri me li ha gettati via tutti; Rebecca, la gatta, è sparita, colori e pennelli andati via, in qualche pattumiera con sacchetto nero, braccialetti, orecchini e anelli pure.

Camera da letto chiusa a chiave, blindata, inaccessibile.

Sorella fuori dalla porta in attesa che io finissi tutto.

Dov’è Rebecca?

E’ uscita un giorno e non è più tornata.

“Come te!” ha tenuto a dirmi e, così, ho capito che Rebecca c’è, ma me l’ha nascosta per vociferarmi quella battuta che si portava nello stomaco da chissà quanto tempo.

Perché la cattiva sono io.

Tempo impiegato: 14 minuti.

Biglietto di Marco non letto, ma stracciato.

Ora ho qualche vestito in più da mettermi.

giovedì 19 marzo 2009

Ne vale la pena

Alla festa del papà, se non hai la possibilità di portare un pensiero al tuo papà, gli fai almeno gli auguri per telefono.
"Pronto papà? Auguri, tanti auguri!".
"Ah ok, grazie. Ti passo mamma.".
Mamma mi ha liquidata nel giro di 15 secondi con un "Scusa cara, sto uscendo!".
Questo senso di rifiuto che sento addosso mi fa un male cane, lo reggo con fatica. Mi sento obesa di rifiuti. Un urlo soffocato da un cuscino, una decina di parolacce semi-liberatorie non mi bastano, anzi arricchiscono un senso di disagio.
Il "cara" di mamma ha avuto un suono famelicamente ironico, è stato una specie di codice d'allarme che va verso la rovina di un rapporto familiare. No, perché se mi dici che l'amore genitoriale non ha fine, che è sempre lì, qualunque cosa accada, io devo contraddirti.
A furia di recitare la parte degli offesi, a causa della mia scelta, i miei sono entrati talmente dentro la loro parte che, oramai, sembro non esistere più.
Mi sento molto sola, l'unica cosa che mi fa compagnia, in questi giorni, è la chattata delle 2 di notte con mio fratello, la voglia di ricominciare, di sentirmi padrona di me stessa, di sbattermene. Però ci riesco a ore, poi mi viene la malinconia. Mi pongo la classica, spesso inutile domanda: "Ma ne vale la pena?".
Vale la pena vivere in 40 metri quadri, sola, con gli amici a 20 km, con un marito che non mi lascia in pace, che vive per farmi terra bruciata intorno, con i miei genitori che stanno con lui, perché io sono una egoista che se ne sbatte dei suoi sentimenti, come se i miei non valessero niente? Ne vale la pena?
Sì.
E ne vale così tanto la pena da voler mettere in gioco tutta me stessa, anche perché sono così impegnata da questa battaglia in onore della mia nuova vita che non ho più avuto nemmeno un attacco di panico e questo, dal mio punto di vista, significa che sono sulla strada giusta.
Le conquiste costano fatica e io sono un'operaia al 100%.

giovedì 12 marzo 2009

Ricredersi

Ti guardavo, presa dalla corrente del momento, mentre qualche risata in lontananza mi grattava lo stomaco, mentre il rumore di un clacson ce la metteva tutta per distrarmi, invano. Ti guardavo e mi chiedevo mille cose, una dietro l’altra, di corsa. Eri così diverso, ieri. Eri lo sguardo che cercavo da tempo, eri il sorriso che non mi davi più da tempo. Eri il sentimento che tengo ancora stretto, per paura di perderlo e dover dire che era tutto un sogno, un’illusione. Senza voler esagerare, ieri eri tutto quello che avrei voluto. Eri un bacio delicato, un abbraccio sostanzioso, una promessa nuova. Un ricominciare: ecco cos’eri, ieri. Invece eri solo una colorata di acquerello, sbiadita e scivolata via al primo slancio di pioggia.

E’ bastato il suono di un sms sul mio cellulare e tutto è ritornato cupo, grigio, soffocante, un ritrovarsi vicino a un burrone, dentro un vortice di ansie e paure. Il cuore mi è scoppiato nel petto come un tuono. Ho provato di nuovo paura e, di nuovo, eri qualcosa da tenere lontano.

mercoledì 11 febbraio 2009

Tolgo la sciarpa

Ci sono sms che non si dovrebbero mai leggere. Ci sono parole che non si dovrebbero mai sentire. Sconvolgono una giornata intera, la fanno deragliare verso qualche duna rocciosa e boom.
Una cosa avrei voluto, una soltanto: avere i miei genitori a fare il tifo per me, sentirli vicini in questo momento difficile e, invece, sembra che io sia diventata un’estranea per loro. Non condividono la mia scelta e, quindi, si distaccano, come se l’amore per una figlia fosse direttamente proporzionale alle scelte condivisibili. “Avevi tutto” dicono, affermano, sollecitano, insistono, ma a me sembrava d’avere niente, anzi meno del niente. Mi sembrava d’avere solo cose brutte, ultimamente. Non sapevo più cosa significasse parlare sottovoce, ad esempio. Non ricordavo più cosa volesse dire parlare con una mia amica al telefono, senza subire interrogatori per ore. Non sorridevo più, avevo paura di sorridere o di piangere per doverne dare giustificazione. Le mie giornate erano scandite da spiegazioni e difese continue. Del mio amore era rimasto un senso di sottomissione impressionante. Non si può vivere così, se non vuoi davvero vivere così. Non c’è amore o passione che tenga.
Io sono un soggetto con un predicato verbale.
Ero diventata un oggetto senza verbo.
E, ora, loro mi scrivono un sms in cui dicono che non ci saranno più per me, finché non metterò la testa a posto. “Dimenticaci!”. Un ricatto con l’addobbo del compromesso, ecco cosa sono diventati i miei genitori. Vogliono insegnarmi a cedere, mentre una madre e un padre dovrebbero spronarti all’indipendenza e alla felicità. Serenità. Sì, serenità. Sempre la solita esagerata, io! Solo che io credo molto nella felicità, sarà che me ne sbatto di quei quattro filosofi-psicologi arrivati e stanchi che ti dicono che la felicità è un’ambizione troppo alta ed è fatta, se c’è, di momenti. Beh –scusatemi eh!?- ma andate a cagare! Io voglio un attimo lungo mesi. Se chiedo troppo sono cavoli miei. Chiedere l’impossibile, in fondo, è come ingoiare un antivirale.

P.S. oggi c’è un bel sole e tolgo la sciarpa.